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mercoledì 28 ottobre 2015

The Last Ship: Una sola nave contro il mondo



Tra il 2004 e il 2009 mi sono davvero goduto Battlestar Galactica, una serie TV spaziale che a parer mio traeva il suo maggior punto di forza dalla sua impostazione molto orientata verso l’aspetto militare, con questa nave, il suo capitano e l’equipaggio in grado di coinvolgere lo spettatore con le sue procedure, l’approccio tattico al combattimento, gli ordini urlati a squarciagola.
Mi è sempre mancata un’altra serie così coinvolgente, a livello di nave ed equipaggio.
Recentemente ho però scoperto The Last Ship, una serie particolarmente nuova, del 2014, che mi ha davvero molto ricordato Battlestar Galactica in più di un aspetto, nonostante l’argomento trattato e l’ambientazione siano decisamente diversi. La serie gode per il momento di 2 stagioni, ed è già stata rinnovata per una terza in uscita per l’estate 2016.

Dopo una pandemia virale di portata mondiale che ha spazzato via l’80% della popolazione, il cacciatorpediniere Americano USS Nathan James ritorna da un silenzio radio di diversi mesi, ignaro di tutto quanto, perché era impegnato in una missione di test nell’Artico a comunicazioni spente, appena conclusasi. Quello che si ritroveranno di fronte gli uomini e le donne dell’equipaggio, 218 persone, sarà un mondo devastato da un’epidemia violentissima, a cui loro sono scampati solo grazie all’isolamento in mare aperto. La ricerca di una possibile cura, il contattare le proprie famiglie, o il semplice rifornirsi di carburante e cibo dopo una missione tanto lunga, ora che mancano i porti sicuri, diverranno le loro nuove priorità.

Una catastrofe enorme, una sola nave, un equipaggio che deve riuscire a cavarsela, e l’ignoto attorno a sé (tanto l’oceano quanto lo spazio, per me molto simili) sono tutti elementi che, capirete, possono avermi ricordato molto Battlestar Galactica. Ed è una cosa che attendevo da anni.



The Last Ship ha davvero molte frecce al suo arco. Prima di tutto, vi stupirà anche solo per il semplice aspetto realizzativo, io personalmente dopo il primo episodio ero esterrefatto pensando anche solo ai costi di produzione. Va bene che dietro c’è quel pazzo di Micheal Bay alla produzione, ma abbiamo un vero cacciatorpediniere in movimento, elicotteri che atterrano e decollano sul serio, altre navi organizzate per sembrare scampate all’apocalisse…certamente non un budget da Serie TV spicciola. Ma anche i contenuti, ci tengo a dirlo, non sfigurano di fronte alla maestosità della messa in opera. Abbiamo trame, svolgimenti e colpi di scena gestiti intelligentemente, secondo uno script plausibile, ed anche tutta una serie di personaggi interessanti. Prima di tutto c'è il Comandante Tom Chandler, alla guida del suo equipaggio, che è il bravo attore Eric Dana, capace di uscire dal ruolo del soldatino impettito che sarebbe davvero stato un rischio mettere alla guida di una serie TV, ma presentandoci invece un uomo, una persona che ha un comando sotto di sé e che deve apparire incrollabile, ma che in realtà non lo è, perché è pur sempre un marito ed un padre che non sente la sua famiglia da mesi, come tutti. Da segnalare anche la sempre splendida Rhona Mitra, ed una piacevolissima sorpresa quale Adam Baldwin, il caro Jayne di Firefly, in un ruolo di spessore.

Volessimo affibbiare un difetto a The Last Ship (ma che sinceramente non mi ha disturbato ‘troppo’) è che è uno show Americano sin nel midollo. Però lo si può anche comprendere. I protagonisti sono 200 marines ai quali, per non impazzire, non rimane altro da fare che concentrarsi sul lavoro, sul loro affiatamento ad esso, e alla morale Americana, quindi volendo lo si può considerare anche un aspetto di trama necessario. Fatto sta che in più di un’occasione i nostri amici usciranno da qualche situazione in maniera un tantino troppo 'splendida', comunque, ripeto, è sorvolabile.

In definitiva, se i film catastrofici, con epidemie o apocalissi solitamente vi intrattengono, e siete alla ricerca di un’esperienza più ‘lunga’ quale potrebbe essere una serie TV, The Last Ship potrebbe proprio fare al caso vostro. E’ uno show denso di azione, combattimenti, che calca molto sotto l’aspetto militare, ma che non affronta nessuno dei suoi temi con leggerezza o stupidità ma, anzi, per ora ha presentato scenari piuttosto plausibili.
Intrattiene a dovere.


giovedì 22 ottobre 2015

Bron/Broen: L'oscuro caso della donna sul ponte



I Paesi Scandinavi hanno un sacco di idee in campo Cinematografico. Tutti conoscono l’incredibile successo internazionale avuto da Uomini che odiano le donne, poi riproposto dallo Statunitense Fincher, ma io nel mio piccolo devo dire di essermene accorto soprattutto nel campo delle Serie TV.

Dopo aver visto l’eccellente Humans Britannico infatti, ho scoperto che era stato tratto dallo Svedese Real Humans (Äkta människor) e, allo stesso modo, dopo aver adorato The Killing, ho saputo dell’esistenza dell’originale Danese Forbrydelsen. Questa volta stavo per approcciarmi a The Bridge, un poliziesco dalla tematica intrigante, salvo scoprire che ne esistevano addirittura tre versioni. 

Ed ecco quindi sorgere il dubbio: quale guardare? 

L’attrattiva più ‘facile’ era quella di affidarsi ad una superproduzione Americana, FX, e al suo The Bridge, che ci racconta di un’indagine svolta da un'insolita coppia di detective costretta a collaborare, quando un corpo di un politico verrà rinvenuto su un ponte, esattamente a metà strada tra la giurisdizione Americana e quella Messicana, costringendo la creazione di questa coppia investigativa con un agente per paese.
Poi c’era The Tunnel, stessa cosa, solo che ambientata nel tunnel della Manica, e la collaborazione investigativa avveniva tra un poliziotto Francese ed uno Inglese (l’Inglese tra le altre cose è Stephen Dillane, Stannis Baratheon in persona!). Ma entrambe queste serie sono state tratte da Bron/Broen (che vuol dire appunto Ponte), una precedente serie Svedese/Danese che si spartisce a metà anche il titolo, e che racconta ovviamente di un corpo trovato a metà di un ponte tra Svezia e Danimarca, andando così a creare la collaborazione tra due agenti stranieri che non si erano mai visti prima. Questa volta, ignorando le grosse emittenti Americane o il richiamo del legittimo Re di Westeros, ho deciso di cimentarmi nella visione della serie originale Scandinava, ed è stata davvero un’ottima scelta.

Un uomo e una donna (scelta mantenuta anche nelle altre due trasposizioni) verranno chiamati nel cuore della notte dalle rispettive stazioni di polizia, perché c’è un caso che richiede la loro immediata attenzione: è stato rinvenuto un cadavere su un ponte. Loro sono l’agente veterano Danese Martin Rohde, e la giovane agente Svedese Saga Norén. Una volta giunti sul posto, i due capiranno di non poter prendere in mano la situazione, perché il cadavere giace esattamente sulla linea immaginaria che taglia i due paesi. A primo impatto, i due non si piacciono particolarmente, Saga ha un carattere strano, è molto puntigliosa, mentre Martin appare più ‘alla buona’ e pressappochista, ma un’indagine deve pur cominciare, e i due agenti saranno messi in coppia, tramite una collaborazione internazionale. Il caso, già peculiare, si rivelerà presto molto più oscuro e intricato, quando giungerà la prima rivendicazione dell’assassino.



Il mio pensiero su Bron/Broen si basa per ora sulla prima stagione, del 2011, di 10 puntate.
Questa serie è antologica, come Bosch o The Killing per esempio, ossia gode di un lungo grosso caso continuativo, che poi si conclude con la stagione. La season due, e la tre (in corso adesso) presentano nuovi casi, che devo ancora visionare ma, come si capirà, già la prima stagione presa singolarmente è un prodotto totalmente finito e autonomo, come se si trattasse di una mini-serie.
Devo dire che mi è piaciuto davvero molto. 

L’idea di veder collaborare due agenti di due stati diversi, con le relative differenze culturali, è estremamente intrigante (non a caso hanno preso ispirazione altri 2 network per farne il remake) e, oltre alla premessa, riuscita è stata anche la realizzazione tecnica, più che notevole, con una produzione Scandinava che non fa assolutamente rimpiangere quelle Americane. Ottimo ritmo, belle idee, tante emozioni, ed un cast accattivante. Martin Rohde è il classico agente buono, scherza, è un po’ in sovrappeso ma il suo passato (e il suo presente) non sono certo esenti da macchie e rammarichi, ma molto più intricata è la collega, Saga Norén.
Lei lavora benissimo, è molto intelligente, ma è conosciuta per essere ‘particolare’, e chi lavora con lei lo sa. Ma ovviamente chi non può saperlo è Martin Rohde. La ragazza (anche se non verrà mai detto) soffre di disturbi riconducibili alla Sindrome di Asperger, una patologia non invalidante, della famiglia dell’autismo, che le danno una scarsa conoscenza delle abilità sociali, poca empatia e difficoltà nel canalizzare le proprie emozioni, facendola apparire fredda e tagliente.
Come se non bastasse l’intricato caso, Bron/Broen propone quindi anche un profondo studio dei suoi personaggi. Devo ammettere che la prima puntata di questa serie è stata bella, ma non mi ero ancora fatto prendere del tutto, proprio per un disagio nei confronti del personaggio di Saga. Tutta la prima stagione (e per ora solo quella, purtroppo) gode di un ottimo doppiaggio Italiano, ma alla fine dell’episodio numero uno, tra i mille dubbi, ero giunto addirittura a dare la ‘colpa’ al doppiaggio, se il personaggio di Saga mi risultava così alieno. Poi, dalla seconda puntata in avanti, più nessun dubbio. E’ semplicemente un personaggio che evolve (ed evolve moltissimo nel corso della serie) che deve scavare in profondità per farsi piacere. Non è come Martin, una persona piacevole fin da subito, a Saga ci si deve abituare, proprio come si sono abituati i suoi colleghi di lavoro alla stazione di polizia e come sarà costretto a fare Martin. Lo sforzo sarà ripagato dandovi un personaggio di indubbio spessore.

Molto presto, con sottotitoli, mi godrò una seconda stagione dal doppiaggio originale di questa Bron/Broen (in Italiano hanno doppiato solo la prima), ben felice di vedere ancora all’opera Martin e Saga impegnati in un altro intricato caso. Consiglio questo show, nelle vesti anche solo dell’autoconclusiva stagione uno proprio a chiunque, si tratta di un ottimo livello di televisione investigativa sotto tutti gli aspetti, che personalmente mi ha conquistato, con i suoi modi, la sua atmosfera e i suoi personaggi.


venerdì 16 ottobre 2015

Fargo: Misteri e violenza tra le nevi del Nord Dakota



Fargo è sia un simpaticissimo film del 1996 ad opera dei fratelli Coen che una più che riuscita Serie TV dell’anno scorso, totalmente ispirata al film e che vede i Coen come produttori esecutivi, ed è proprio di quest’ultima che voglio tessere le lodi.

La serie Fargo non è un prequel, un sequel o una trasposizione del film in puntate, è semplicemente “ispirata” per stile ed ambientazione, ma è a tutti gli effetti un prodotto indipendente. Per goderne quindi potreste anche non aver visto (o ricordarvi poco) il film, e cimentarvi comunque nella visione di queste ottime 10 puntate. Il luogo di incontro tra serie e film è semplicemente lo stile, una storia criminale, e poi c'è Fargo, ossia la cittadina del Nord Dakota protagonista delle vicende.

Siamo di fronte ad un prodotto antologico, con serie di 10 puntate distaccate l’una dall’altra per trama, cast, e collocazione temporale, avvicinandosi come format a show come True Detective e presentando, proprio come il sopracitato, cast d’eccezione.
Nella prima stagione (vincitrice di 2 Golden Globes) abbiamo infatti due personalità del cinema del calibro di Billy Bob Thornton e Martin Freeman invischiati in una storia di omicidi (più o meno volontari) che avverranno quando, nel Gennaio del ’96, un oscuro figuro di nome Lorne Malvo (Thornton) si ritroverà a passare per Bemidji, vicino a Fargo. Con il suo particolare modo di fare, freddo e calcolatore, e le sue osservazioni maliziose, egli influenzerà la vita di alcune persone del luogo, tra le quali quella dell’assicuratore Lester Nygaard (Freeman), un uomo facilmente impressionabile che si farà coinvolgere dai modi di quest’uomo, dando così inizio ad una strana e pericolosa vicenda.



Devo dire che la prima stagione di questa serie è stata per me una graditissima sorpresa. La sua qualità, i personaggi, ma soprattutto lo stile (si vede proprio che è curata dai Coen) ha dato luogo ad un poliziesco/crime dai toni originali ed intriganti, in grado di intrattenermi ed incuriosirmi sempre più ad ogni episodio. Il cast è forse tra le cose meglio riuscite di tutto lo show. Abbiamo una coppia molto eterogenea di poliziotti (gli attori Allison Tolman e Colin Hanks) che funziona con un raro affiatamento, e coinvolge lo spettatore nelle loro indagini facendo trasparire la loro passione ed onestà. Un insicuro assicuratore che pare preso di mira dal mondo intero è trasposto in modo davvero eccellente anche dal veterano Martin Freeman, che forse non riesce a brillare, se paragonato alla performance di Billy Bob Thornton, non per mancanze personali ma solo ed unicamente per la tipologia di personaggio che gli è stato assegnato, che deve essere un codardo insicuro, e che quindi, più di tanto, non può trasmettere. Al contrario, come ho anticipato, una menzione speciale la merita Billy Bob Thornton (un Golden Globe infatti è tutto per lui), perché un cattivo di questo spessore, c’è da ammetterlo, non lo si vede affatto spesso. Strepitoso.

La stagione numero due di Fargo, ancora di 10 episodi, è appena partita il 12 Ottobre su FX, e appena finirà (a me piace vederle intere) non la mancherò per nulla al mondo. Sempre mantenendo un cast di rilievo (con nomi come Patrick Wilson e Kirsten Dunst) ci verrà raccontata una nuova storia dai contorni criminali ambientata tra le nevi del nord, stavolta nel 1979. Un poliziotto reduce del Vietnam che ha per le mani una scomoda indagine riguardante una gang locale, come se non bastasse, si ritroverà assegnato l’incarico di proteggere il candidato presidenziale Repubblicano Ronald Reagan, quando la sua campagna elettorale lo porterà proprio a passare per Fargo.
Questo è ciò che è stato rivelato, ed io lo riporto. Le carte in regola per assistere ad una buona seconda stagione secondo me ci sono tutte, ma potendo parlare solo per ciò che ho effettivamente visto, il mio consiglio è presto detto, procuratevi la stagione numero uno di Fargo nel caso non lo aveste ancora fatto, è certamente una visione di qualità che vale la pena affrontare, e che non sconsiglierei proprio a nessuno.


sabato 10 ottobre 2015

The Knick: La professione medica nel 1900



New York, anno 1900.
Nel campo della medicina si sono fatte, e si stanno facendo, più scoperte negli ultimi 10 anni che nei due secoli passati. Il brillante dottor John Thackery è il chirurgo capo al “Knick”, soprannome del Knickerbocker Hospital, un ospedale tra i pochi, nella grande mela, ad essere rimasto nei quartieri poveri della città e a non aver delocalizzato verso i sobborghi più benestanti.
Thackery è un luminare nel suo campo, non è nemmeno lontanamente paragonabile ai segaossa comuni che sventolano il titolo di “chirurgo” quando tutto quello che fanno è amputare invece di curare.
Ma i problemi non gli mancano. Per sobbarcarsi un carico di lavoro che ucciderebbe qualunque altro uomo,  Thackery utilizza la cocaina, dalla quale è ormai dipendente. Inoltre il Knick, visto che i clienti paganti sono pochi, essendo per la maggior parte povera gente, soffre di pesanti debiti, e la situazione generale non accennerà a migliorare quando un dottore molto importante, dopo un fallimento in sala operatoria, deciderà di togliersi la vita per l’enorme dispiacere, gettando una nuova ombra nera sul Knick.

Che gran capolavoro di serie che è The Knick.
La prima stagione di 10 episodi ha debuttato l’8 Agosto 2014 e io l’ho scoperta molto tardi, praticamente un anno dopo, ed ormai è in procinto l’inizio della seconda (di altrettante puntate) per il 16 Ottobre 2015.
Onestamente, non vedo l’ora.

Respirando l’atmosfera di inizio ‘900 con una perfezione che ha quasi del maniacale per via di costumi e scenografie, veniamo a contatto con uno degli show più interessanti che io ricordi, tutto basato sulla professione medica.
Con The Knick (seppure in altri termini) siamo di fronte quasi ad una sorta di E.R. Medici in Prima linea, se vogliamo, ma ambientato un secolo prima.
Veniamo così a conoscenza di tutte quelle dinamiche che caratterizzavano una medicina d’altri tempi, appena conscia dell’esistenza dei germi e dei gruppi sanguigni. Con i suoi strumenti arcaici, come gli aspiratori per il sangue a manovella, veniamo messi di fronte a vicende che hanno dell’incredibile, assistendo per esempio ad un incidente con un ferito nel quale le equipe di due ambulanze di due diversi ospedali giunte sul posto, arriveranno addirittura alle mani per accaparrarsi il paziente, perché il condurlo al proprio ospedale invece che nell’altro significa che egli pagherà il conto da loro.
Inediti particolari come questo daranno da riflettere, mentre altri saranno sicuramente più noti a tutti, come i forti problemi razziali dell’epoca, che non risparmiano neanche l’ambito medico. Pensate ai problemi che può causare un paziente bianco che non ha la benché minima intenzione di farsi sfiorare da un medico di colore.
Via via verranno snocciolate ed analizzate queste ed altre dinamiche della ‘vita medica’ dell’epoca, tramite la storia personale dei nostri protagonisti, con dettagli che, devo ammettere, mi hanno intrigato e a tratti impressionato.
Una visione più che plausibile della professione medica così com'era nell’America del 1900. 



Il nostro protagonista principale è John Thackery, un bravissimo chirurgo, dipendente però da cocaina.
La tal cosa è vissuta però in un modo piuttosto diverso da come la potremmo percepire noi adesso, in fondo siamo ancora nell’epoca in cui tale sostanza faceva parte della formula della Coca-Cola, per capirci, e poteva anche essere trovata tra le forniture di base degli ospedali, come un comune anestetico.
Thackery la utilizza per mantenersi concentrato nell’eseguire i suoi delicatissimi interventi sui pazienti. Siamo quindi alle prese con una persona da stimare, dagli scopi encomiabili ma che, inevitabilmente, finirà per pagare il conto per i suoi vizi. A vestire i panni di questo strano ed affascinante protagonista, dalla storia travagliata, è il ben noto Clive Owen, che oltre ad essere un ottimo professionista, in questo ruolo si è davvero superato, ed è stato anche nominato al Golden Globe di quest'anno come miglior attore, proprio per The Knick.
Parlando di personalità di un certo calibro, la storia ci viene raccontata dal regista Steven Soderbergh, ma non è uno quei “nomi” che viene attaccato ad una serie quasi come una sorta di presentazione, mi viene come esempio quando Boardwalk Empire fu presentata come la serie di Martin Scorsese, quando in realtà il regista ne ha diretto solo un episodio, il primo, in questo caso invece Soderbergh è il regista di tutte e 10 le puntate che ho visto, e sarà anche l’unico regista per quelle della seconda stagione.
E, devo ammetterlo, la cosa si nota eccome.

The Knick infatti ha uno stile tutto particolare, molto tendente al realistico (le operazioni chirurgiche poi non sono per i deboli di stomaco) ed anche le varie tematiche affrontate sono molto dure, crude, reali, e credo che una scelta registica migliore di quella responsabile di prodotti come Contagion (che vi ho consigliato pagine addietro) davvero non si potesse fare.

In conclusione, The Knick è una serie TV che reputo bellissima, che mi ha colpito molto e che consiglio ad occhi chiusi. Dotata di ottimi personaggi, vi intrigherà di sicuro, avvolgendovi nell’atmosfera della sua epoca con dovizia di particolari, facendo per il genere ‘medico’ quello che Ripper Street è stata in grado di fare per il poliziesco investigativo: aprire un portale credibile sul passato.


lunedì 5 ottobre 2015

Hand of God: E' Dio che lo ordina



Alcune serie tentano la fortuna (o sono sicure del loro successo) e partono immediatamente con una prima stagione completa, mentre altre si affidano al cosiddetto episodio Pilota, una puntata di prova, creata prima di realizzare le altre, per vedere la risposta del pubblico.
Questa procedura è stata seguita da Hand of God, show che ha debuttato a fine Agosto 2014 con il suo episodio pilota, che andò bene, e che si è presentata quasi esattamente un anno dopo, il 4 Settembre 2015, con i successivi 9 episodi rilasciati in simultanea per Amazon andando così a confezionare una piena prima stagione di 10 puntate, che ho da poco terminato di visionare.

La storia ci racconta di Pernell Harris, un giudice della cittadina di San Vicente che sta passando un periodo travagliato. Purtroppo qualche tempo prima sua nuora è stata vittima di uno stupro, un orrendo crimine che ha però portato a conseguenze ancora più gravi, del crudele atto in sé.
Il marito della ragazza, PJ, ossia il figlio di Pernell, sopraffatto dal dispiacere ha deciso di togliersi la vita. O per lo meno ci ha provato.
Il colpo di pistola alla testa che ha deciso di infliggersi, infatti, non è stato fatale, ed egli ora giace in coma, irreversibile a detta dei dottori, nell’ospedale di San Vicente.
Ma un giorno accadrà qualcosa di particolare al giudice Pernell. Egli sentirà la voce di suo figlio, in modo chiaro e distinto, che gli ordinerà di dare la caccia con tutti i mezzi a sua disposizione ai responsabili dello stupro di sua moglie.
E’ stato davvero suo figlio a parlargli, o è stato Dio? O forse una combinazione delle due cose?
Pernell Harris non ha la risposta, ma non si farà ripetere la richiesta due volte, eseguirà il compito affidatogli: sarà la mano di Dio.



Quali sono i punti a favore di questo Hand of God? Prima di tutto, Ron Perlman, e credo di non aver detto poco. Questo iconico e poliedrico attore (con più di 200 apparizioni all’attivo) è sempre stato un mio personalissimo prediletto, lo reputo fantastico nel suo modo di recitare e anche questa volta lo vediamo alle prese con un ruolo decisamente interessante, un personaggio deciso, determinato, ma anche confuso e pieno di dubbi nell'affrontare una vicenda familiare complessa, afflitto inoltre dai dubbi sulla propria sanità mentale o sul fatto che sia realmente in comunicazione, in qualche modo, con il Signore.
La serie inoltre si fa notare in quanto gode di uno charme particolare, originalità, un’atmosfera tutta sua. Vi è una grandissima componente drammatica, di una famiglia che sta attraversando un lutto interminabile (perché un coma irreversibile è esattamente questo, una morte che tecnicamente è già avvenuta ma che non ti permette di andare avanti), ma presenta anche una sottorama dai toni criminali, e spunti religioso-sovrannanturali, per tutta la parte riguardante le visioni di Pernell, che va a confezionare una serie molto variegata e ricca di contenuti, che è un piacere seguire.

Oltre a Perlman, anche il resto del cast si comporta benissimo, sviluppando tutta una serie di personaggi molto interessanti, su tutti spicca l’attore Garret Dillahunt (lo ricordavo con piacere da The Sarah Connor Chronicles), al quale è stato affidato un ruolo molto bello e particolare, direi anche toccante.
Quindi consiglierei Hand of God? Eccome, almeno da ciò che ho visto in questa prima stagione.
Non resta che sperare bene per il futuro.
Sia per quello della trama, in quanto una vicenda così “circoscritta” nell’ambito di un’indagine personale non può, a parer mio, protrarsi per ‘molto’ se vuole continuare ad essere interessante, a meno di non inserire nuovi elementi chiave, e l’altra cosa per la quale dobbiamo sperare, riguardo il futuro, è il rinnovo, in quanto Amazon deve ancora pronunciarsi. Come dicevo, la serie è del mese appena trascorso, Settembre, quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi ancora.

Bottom Line: Un buon prodotto per la TV che vuole essere originale e che, a parer mio, vi riesce.
Da vedere, se siete rimasti intrigati dalla premessa.